| Arrivano i Romani |
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Ma in agguato c'erano gli agguerriti Romani. Nel 280 a.C. ci fu la grande disfida coi Tarantini con conseguente vittoria prima di Pirro, Re dell'Epiro, alleato dei Greci e, cinque anni dopo, dei Romani a Maleventum in Campania che, per sancire quella vittoria, fu ribattezzata Beneventum. Sono molte le testimonianze della viticoltura e soprattutto del commercio di vino pugliese in epoca romana. Plinio, nella sua elencazione di vitigni greci, cita le malvasie nere di Brindisi e Lecce, il negroamaro e l'uva di Troia, altri autori parlano delle viticulosae (piena di vigne) Manduria, Mesagne, Aletium e Sava. I Romani fondano nel 244 a.C. Brindisium che in pochi anni diventa uno dei porti commerciali più importanti del Sud: a Brindisi, o meglio al suo porto, convergono da Roma, passando per le grandi città della Campania, le piú grandi arterie di comunicazione dell'epoca, la via Appia e la via Traiana. Anche Taranto si difende, stipando centinaia di ettolitri di vino in grandi vasi vinari conservati in cantine scavate nella roccia in riva al mare, per poterli imbarcare con facilità. Varrone parla di migliaia di asini carichi di orci d'olio e vino che dalle zone interne della Puglia si dirigono verso la costa mentre canali navigabili vengono tracciati dentro grandi proprietà terriere per consentire un più comodo carico di olio e vino, attività controllate da ricchi senatori come Visellio, cugino di Cicerone, che sulle sue tenute aveva anche fabbriche di vasi vinari. Probabilmente le navi provenienti dall'Oriente che rifornivano Roma di schiavi, non potendo caricare prodotti campani perché destinati al bacino mediterraneo e soprattutto a Gallia e Spagna, prendevano grandi quantità di olio e di vino in Puglia anche per non fare un viaggio di ritorno a vuoto. Già duemila e passa anni fa la Puglia assumeva l'identità di grande serbatoio di vino, famoso più per la quantità che per la qualità. Nessun vino di questa terra, per esempio, sarà mai citato come antagonista dei grandi vini campani, Falerno in primis, che arrivavano sulle mense della raffinata corte romana. Eppure secondo Plinio, i vini dell'Apulia non mancavano di gloria. E merum, che in latino significava vino genuino, è ancora oggi il modo di chiamare il vino: mjere si dice infatti in dialetto pugliese. Non a caso sin dagli albori e per ben 35 diverse conie, la moneta brindisina raffigurò Arione, inventore della musica ditirambica che accompagnava la vendemmia, coperto di grappoli d'uva. E nelle vetrine del museo di Taranto, possiamo ammirare le preziose coppe e le brocche che i nostri antenati usavano per il merum: anfore, crateri (vasi nei quali mescolavano il vino all’acqua), kantharioi (coppe per bere il vino), kylixei (vasi per bere il vino), skyphoi (tazze per il vino), l'oinochoe (brocche da vino, dalla radice oinos). |

Arrivano i Romani


Ma in agguato c'erano gli agguerriti Romani. Nel 280 a.C. ci fu la grande disfida coi Tarantini con conseguente vittoria prima di Pirro, Re dell'Epiro, alleato dei Greci e, cinque anni dopo, dei Romani a Maleventum in Campania che, per sancire quella vittoria, fu ribattezzata Beneventum.