| Il medioevo |
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La città di Brindisi, grande porta verso l'Oriente, carica di taverne e osterie e di navi gravide di vino pronte a salpare dall'affollatissimo porto, diventa sinonimo del saluto, coi calici in alto, fatto a chi partiva o tornava per lunghi e difficili viaggi: col brindisi, appunto, si salutavano i Crociati. Il Medioevo continuò a vedere grandi produzioni di vino pugliese. Terra sitibonda ove il sole si fa vino, scrisse Dante Alighieri. Qualche anno prima Federico II, pur essendo astemio, aveva incrementato la viticoltura nella zona di Castel del Monte portando migliaia di piante dalla Campania. Li su una collina alta 600 metri, eresse il suo favoloso maniero ottagonale, castello esoterico per antonomasia trai più belli d'Europa, monumento ancor oggi misterioso e pieno di simboli. Nella fiera di Gravina - la città prende nome da "grana et vira" - ripristinata da Carlo d'Angiò, si smerciava verdeca, in quella di Manduria primitivo, forse portato da monaci francesi. Furono proprio i monaci, lo avevano già fatto nell'VIII secolo nella zona di Lecce, a salvare la viticoltura in grave crisi dopo la fine dell'impero romano: i monasteri, che possedevano migliaia di ettari frutto di lasciti, cedettero in enfteusi ai contadini piccoli vigneti. Il vino continua a essere, negli anni, con l'olio, la principale risorsa pugliese. Da proteggere, dunque, anche in maniera autarchica impedendo, con una legge ad hoc frmata nel 1362 da Giovanna I, l'ingresso di vino d'oltreregione. Durante tutto il Rinascimento i vini pugliesi iniziano ad arrivare un po' in tutt'Italia: alla mensa di Lorenzo il Magnifro si beve un vino di Campi Salentino e persino in Francia si fanno largo i robusti bicchieri del Sud. Nel 1939 nella sua grandiosa "Storia dei vini d'Italia", Bacci parla dei vigneti di Lecce, Brindisi e Bari che danno vini “di ottima qualità", dei rossi di Foggia e del Gargano, “per lo più di media forza ma sinceri nella sostanza sicché durante fino l terz'anno e anche di più", dando infine la palma della celebrità ai vigneti di Manfredonia. Rendella nel 1629 citerà come vini pugliesi il Montonico, il Brindisino, il Gargano, i vini Rodii, il Cisternino, il Tarentino, il Lagaritano, l'Hidruntum e il vino di Ostuni. Nel '700 parte una prima meccanizzazione delle vigne con rudimentali macchine di raccolta ma sostanzialmente la situazione rimane immutata fino all'800. Nel 1972, però, a Brindisi viene fondata la prima colonia scuola agricola con annesso moderno stabilimento enologico e dieci anni dopo a Barletta sorgerà una Cantina sperimentale che diventerà in pochi anni la più grande distilleria del Mezzogiorno. La Puglia comincia a prendere coscienza che anche le eccedenze (e ce n'erano eccome), se ben utilizzate, potevano produrre alto reddito. |

Il Medioevo


La città di Brindisi, grande porta verso l'Oriente, carica di taverne e osterie e di navi gravide di vino pronte a salpare dall'affollatissimo porto, diventa sinonimo del saluto, coi calici in alto, fatto a chi partiva o tornava per lunghi e difficili viaggi: col brindisi, appunto, si salutavano i Crociati.
Durante tutto il Rinascimento i vini pugliesi iniziano ad arrivare un po' in tutt'Italia: alla mensa di Lorenzo il Magnifro si beve un vino di Campi Salentino e persino in Francia si fanno largo i robusti bicchieri del Sud. Nel 1939 nella sua grandiosa "Storia dei vini d'Italia", Bacci parla dei vigneti di Lecce, Brindisi e Bari che danno vini “di ottima qualità", dei rossi di Foggia e del Gargano, “per lo più di media forza ma sinceri nella sostanza sicché durante fino l terz'anno e anche di più", dando infine la palma della celebrità ai vigneti di Manfredonia.